Food

Caparbiamente difendo il mio diritto
alla colazione con tè, biscotti e caffè da celebrarsi
in mattinata più o meno tarda contro l'imperante abitudine al
brunch con uova, pancetta, burro e roba unta random. Continuo ad
esaminare minuziosamente le confezioni dei biscotti cogli occhi
appannati dal sonno e apprendo cose interessanti. Individuo due
tendenze nella auto-narrazione dei prodotti alimentari.

La prima è la simulazione del
prodotto preindustriale. Naomi Klein la descrisse anni fa nel suo
nologo: per bilanciare l'industrializzazione dei prodotti
alimentari vengono progettati confezioni dalla grafica minima con
loghi retrò. Sugli scaffali dei supermercati la pasta barilla
sembra cibo per astronauti in confronto allo zucchero Domino. Per
rafforzare l'impressione di autenticità appaiono personaggi di
altre epoche come Wally Amos, la cui leggendaria biografia appare sul
retro dei biscotti Famous Amos. Sembra che questo self made man di
colore sia il padre dei biscotti con goccie di cioccolato imitati in
tutto il mondo.

Ovviamente la biografia sulle scatole
dei Famous Amos non menziona i fatti più recenti: nel corso
degli anni '90 “avverse situazioni finanziarie” hanno costretto
Wally Amos a cedere la compagnia ed i marchi da lui creati a sua
immagine e somiglianza. Wally Amos, non potendo più chiamarsi
Wally Amos (TM) ha fondato un'altra impresa ironicamente chiamata
“Uncle Noname's cookie company” ed ha scritto vari bestseller
come “Man With No Name Turns Lemons Into Lemonade” e “The Face
That Launched A Thousand Chips”. Ora Wally Amos vive alle Hawaii ma
potete invitarlo alle vostre convention alla modica cifra di 10-20
mila dollari
.

La seconda tendenza è l'alimento
come farmaco. In un paese in cui gli antidolorifici sono venduti nei
supermercati assieme agli omogeneizzati e le patatine non deve
apparire strano che gran parte delle cibarie esibisca bollini tipo:
“Le autorità sanitarie hanno dimostrato che queste caramelle
al miele riducono del 20% il tempo di decorrenza dell'influenza
stagionale”.

E' risaputo che negli Stati Uniti è
pressochè impossibile trovare del latte fresco senza bonus
buffi come cioccolato, fragola o vitamine perciò, dinnanzi al
frigo dell'alimentari, scelgo le moderate vitamine A & D senza
far polemiche. Non sapevo però che lo stesso fenomeno si
verificasse anche con l'acqua. Marchettari con poca o troppa fantasia
decidono di chiamare “acqua” delle bevande color rosso lampone,
dal vago sapore di lampone contenenti svariate vitamine che, sono
certo, non hanno niente a che fare col lampone. Spaventato dall'acqua
dai colori strani, compro una bottiglia dalla confezione
apparentemente innocua. Dopo aver troppo pagato mi accorgo che anche
quell'acqua ha qualcosa in più del necessario, è
addizionata di elettroliti (che per quanto ne so è come dire
“con aggiunta di molecole”).

Il film Idiocracy racconta di un
americano medio che ibernato per sbaglio si sveglia in un futuro in
cui tutti sono rincoglioniti dal consumismo e dal degrado della
cultura di massa. Le televisioni trasmettono solo programmi a base di
scoreggie, i rifiuti formano catene montuose, i supermercati sono
grandi come città e il presidente degli Stati Uniti è
un cantante, campione di wrestling ed attore porno. Nel futuro di
Idiocracy l'acqua è usata solo per il cesso, dai rubinetti e
dalle fontane scorre una bevanda energetica tipo Gatorade (con
elettroliti aggiunti). Il senso dell'acqua si è smarrito da
tanto tempo che persino i campi coltivati vengono innaffiati con
l'integratore.

Appendice: 

La mia dispensa: Campbell's Soup e
Spam. Due prodotti resi immortali da geniali e insensate
reiterazioni.

Spezzo una lancia a favore della
colazione locale. Il miss Albany è un autentico locale
ricavato da una carrozza di un treno. Così autentico che il
ministero dei beni culturali lo considera patrimonio storico. E le
colazioni sono ottime.

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School

La settimana scorsa la repubblica
online strilla: “La pila del futuro è di carta, ultrasottile, ricaricabile ed
ecologica
”. E' la seconda notizia in homepage, surclassa per
importanza tutti gli altri pezzi forti: le vicende del parlamentare
puttaniere, la notizia su Second Life copiaincollata da Wired e
persino la parata delle pornodive.

La pila del futuro è stata
creata a due passi da casa mia, proprio nella scuola che sto
frequentando. Il Rensselaer Politechnic Institute (d'ora in poi RPI)
è la più antica scuola di ingegneria degli Stati Uniti.
Nel 1825, anno della fondazione, era frequentata da appena dieci
studenti che vestivano a metà fra il cowboy e il dandy
parigino, oggi accoglie oltre seimila studenti da tutto il mondo che
si accingono ad diventare la prossima èlite tecnocratica. I
settori d'eccellenza del politecnico sono tra i più strategici
che si possano immaginare: in primis ingegneria genetica e
nanotecnologie.

L'ingegneria genetica ha probabilmente
già compromesso il futuro della razza umana. Ma lo sapremo
solo fra qualche decennio. Le nanotecnologie invece promettono
catastrofi immediate e spettacolari.
La nanotecnologia è quella
scienza che si occupa di tutto quanto rientra nell'ordine dei
nanometri. Piero Angela direbbe qualcosa tipo: prendete un capello,
dividetelo per millemila parti e poi ancora e poi ancora… con
quello che rimane iniziate a costruirci materiali e macchine e robot.
I nanomateriali sono quelli che
permettono di fare le pile di cui la Repubblica è tanto
entusiasta. Eppure molti scienziati sono alquanto preoccupati perchè
nessuno ha la più pallida idea di come valutare l'impatto e i
rischi di simili tecnologie. Questi cosi si comportano in maniera
alquanto bizzarra rispetto ai materiali conosciuti e possono entrare
con estrema facilità nell'organismo, nel sangue e nel cervello
perchè si fanno beffe dei filtri biologici.
C'è poi tutta una nascente
ingegneria delle nanoteconologie. Con le nanotecnologie si possono
costruire armi terrificanti a basso costo. Si ipotizza seriamente che
orde di nanoscopici robot autoreplicanti possano sfuggire al
controllo umano, consumare tutte le forme di energia o papparsi
qualsiasi altra creatura del pianeta. Sottolineo: seriamente.
Insomma è molto probabile che
qualcuno dei secchioni con cui prendo il caffè ogni mattina
prima o poi combini qualche grosso guaio.

All'ombra degli imponenti edifici di
ingegneria sorgono altri piccoli dipartimenti umanistici che, avendo
la distopia come vicina di casa, prendono bizzarre pieghe
radical-progressiste. Il corso di Science and Technology Studies ad
esempio si propone di investigare in maniera interdisciplinare
l'impatto delle tecnologie sulla società. Negli anni 80
all'RPI arriva un tale Neil Rolnick, pioniere della musica
elettronica (quella colta, quella difficile, quella noiosa, mica i
Kraftwerk) smanioso di lavorare con sofisticati computer
dell'università. Neil apre un dipartimento di musica
all'interno del politecnico che si espande fino a diventare l'attuale
programma di arti elettroniche che include corsi di media-attivismo,
gender studies, bioarte ed ogni tipo di bizzarria radical-chic.
Ecco, giusto per spiegare come mai sono
finito qui

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Debt

Penny Lane* è una vivacissima
filmaker indipendente. L'anno scorso ha girato the abortion
diaries
un documentario pro-scelta in cui dodici donne vengono
intervistate riguardo la loro esperienza di aborto. Parlano della
difficoltà nel trovare una clinica, dello stigma sociale che
hanno dovuto subire, del muro di silenzio che viene edificato attorno
all'argomento. Tutto raccontato con estrema tranquillità, per
contrastare la narrazione splatter horror del movimento pro-vita,
brava gente che agita foto di feti insanguinati agli angoli delle
strade.

Penny Lane ha appena terminato
l'università che mi accingo a frequentare. Ha potuto usufruire
di una borsa di studio completa per tutta la durata della laurea
breve mentre per pagare le altissime rette del biennio di
specializzazione ha dovuto optare per una soluzione alquanto comune
per chi non proviene da famiglie particolarmente agiate: chiedere
prestiti al Governo.
“Vedi, il Governo avrebbe
indubbiamente un grande interesse nel fornire un'istruzione superiore
a più gente possibile” spiega rassegnata “ma probabilmente
trova più conveniente rilasciare questi Federal Loans e non
fare nulla per migliorare e rendere più accessibili le
università pubbliche”.
I federal loans sono prestiti a lungo
termine creati per “aiutare” gli studenti che non hanno una
famiglia benestante alle spalle. Prestiti che prima o poi vanno
restituiti con tanto di interessi.
In pratica Penny, come moltissimi altri
americani, si ritrova a soli ventinove anni con cinquantamila dollari
di debiti che dovrà ripagare nei prossimi venticinque anni. Il dettaglio simpatico è che
alla fine, sommati gli interessi, avrà dato al governo degli
Stati Uniti qualcosa tipo centomila dollari. Ben fatto Zio Sam!

Tuttavia Penny viaggia su una graziosa
e costosissima MINI, cosa che appare alquanto strana agli occhi del
parsimonioso italiano.
“Anche per questa ho fatto dei loans,
vedi noi americani siamo fatti così, vogliamo tutto e subito”
e aggiunge con una punta di preoccupazione: “Alla base di questo
c'è un'inesauribile fiducia nel futuro. Pensiamo che
l'economia continuerà a crescere quindi ci sarà tempo e
possibilità di pagare”.

La mia teoria è diversa ma
altrettanto semplice. Gli americani più intelligenti sotto
sotto sanno che la crisi ambientale è irrisolvibile e che la
razza umana inizierà a scomparire nei prossimi decenni. Gli
americani più stupidi sono evangelisti e credono che presto
Gesù tornerà sulla terra con gli occhi fiammeggianti e
dividerà i buoni (loro) dai cattivi (gli altri) e fine della
storia.
In entrambi i casi sono inconsciamente
tentati a spendere senza preoccuparsi del futuro.

In questo momento le borse di tutto il
mondo stanno crollando proprio per la crisi dei mutui subprime. Poco
fa, fra una margarita ed una Guinness, chiedo ad alcuni amici cosa ne
pensano di questa allegra catastrofe finanziaria causata dai mutui
insoluti americani. Qualcuno risponde che sì, ha letto
qualche titolo sui giornali, gli altri mi guardano un po' perplessi.
Sono tutti americani, acculturati e di sinistra ma mi trovo costretto
a spiegare col mio rudimentale inglese quel poco che ho capito della
faccenda.

Le società di credito concedono
prestiti ad alto rischio a cittadini generalmente senza reddito che
non possono fornire altre garanzie se non ipoteche sulla casa. I già
alti tassi di interesse subiscono un'ulteriore impennata,
l'occupazione non cresce e la gente non riesce più a pagare le
rate. Le case vengono rilevate ma nel frattempo la bolla speculativa
immobiliare si è sgonfiata e gli immobili non valgono più
tanto da coprire i debiti inevasi.
E qui entra in gioco la magia dei
mercati globali, perchè questi mutui sono stati rivenduti come
prodotti finanziari. Le agenzie che determinano l'affidabilità
dei titoli li hanno classificati come investimenti sicuri e sono
finiti così nei pacchetti di investimento dei risparmiatori in
giro per il mondo. Alla fine ci rimettono un po' tutti tranne i
colpevoli visto che le banche centrali impegano risorse pubbliche per
evitare la generalizzazione della crisi.
Forse faccio ancora in tempo a
comprarmi una MINI che non potrò mai pagare. E fanculo ai
risparmiatori.

*Sì, è il suo vero nome.

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Outdoor

Al campeggio! Al campeggio! Nonostante
mi perda ancora per le stanze di casa vengo subito trascinato ad una
gita fuoriporta. Dopo mezz'ora di curve in mezzo ai boschi arriviamo
a destinazione. Il campeggio è in realtà un barbecue
fra amici sul terrazzo di una vecchia baita. La proprietaria è
una simpatica signora sulla cinquantina che gestisce il nodo locale
di Indymedia e nasconde la marijuana in un finto libro di legno.

Al tavolo siedono una decina di
campeggianti che mi si presentano tutti quanti assieme. Il jet lag
picchia ancora forte e mi dimentico dei loro nomi nel giro di pochi
secondi. A parte quello di Cat proprietaria di un triste porcellino
d'India, sosia di Betty Page e nota internazionalmente per i suoi
progetti di lavori a maglia sovversivi.

Nel tardo pomeriggio la compagnia
decide di imprimere una svolta al camping addentrandosi nella foresta
per il famigerato mosquito loop, un sentiero in cui pare ci si perda
sistematicamente. Sul calare delle tenebre infatti ci
smarriamo e il gruppo inizia a discutere animatamente sul modo
migliore per tornare alla baita. Non scherzano nemmeno troppo: in
quelle verdissime montagne si potrebbe camminare per ore, forse
giorni nella stessa direzione prima di imbattersi in un segno della
civiltà (che si rivelerebbe inevitabilmente un parcheggio o un
centro commerciale).

Gli Stati Uniti sono tanto grandi da
permettersi il lusso della natura incontaminata. Nella regione sono
presenti tacchini selvatici sparabilissimi, come sparabilissimi
risultano i sovrabbondanti cervi. Non la chiamano nemmeno caccia ma
“deer management”. E qualcosa mi dice che la scena iniziale di
Fargo forse non appare così esilarante allo spettatore
nordamericano. Nella regione pare ci siano anche gli
orsi, i falchi, i procioni e la famosa acquila calva che rischiava di
scomparire o meglio di rimanere in vita soltanto sotto forma di
immagine areografata sui serbatoi delle Harley Davidson. 
Gli scoiattoli non figurano nemmeno
come animali selvatici visto che scorrazzano liberamente anche in
città, sui tetti degli edifici e sui marciapiedi con la
disinvoltura dei nostri gatti mediterranei. Uno scoiattolo urbano mi
ha persino rubato un grosso pezzo di pane raffermo dalla cucina. L'ho
visto correre via e fermarsi sulla scala antincendio. Mi ha guardato con
quegli occhietti colpevoli ed arroganti, sapeva che con quel pane
avrei dovuto preparare delle cotolette alla milanese.

Finalmente troviamo la strada verso
casa. Con mio sommo sgomento i campeggianti festeggiano il ritorno
tuffandosi in uno stagno fangoso. Io rimango a riva osservando i
ratti, le bisce e figurandomi tutte le possibili infezioni.
Non c'è campeggio che si
rispetti che non termini con un falò. Ci sediamo in cerchio e
qualcuno inizia a proporre enigmi: su un'isola deserta, in mezzo ad
una foresta carbonizzata c'è un uomo morto vestito da sub.
Cosa è successo?*. Qualcun'altro inizia a preparare un curioso
esempio di cibo spazzatura autoprodotto chiamato s'more (contrazione
di “some more”). Sono certo che non nessuno abbia mai preparato
questo spuntino da scout al di fuori della frontiera statunitense
perciò ti farò dono della preziosa ricetta.

 

Utilizzando uno spiedo di legno
scaldare sul fuoco vivo un marshmallow (le cosiddette spugne dolci
del luna park). Toglierlo da fuoco solo quando assume una consistenza
appiccicosa e cancerogena. Spalmarlo su un grosso biscotto,
aggiungere un grosso pezzo di cioccolato sperando che si sciolga per
effetto del calore. Chiudere il tutto a mo' di panino con un
ulteriore biscotto. Servire caldo.

*Dopo una serie di domande a risposta
chiusa (si, no) fatte a turno dai partecipanti si giunge alla
soluzione: l'uomo stava facendo un'immersione quando un aereo
anti-incendio l'ha raccolto per errore nel serbatoio per poi buttarlo
assieme all'acqua sulla foresta in fiamme.

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Troy

La gente diplomatica la descrive come
una cittadina tranquilla, persino vitale oltre l'apparente coltre di
noia. Quella più spietata parla dei gelidi inverni, inverni
che costringono le persone a rintanarsi per settimane a lavorare su
progetti creativi che hanno inevitabilmente a che fare con dei
computer.

Enciclopedicamente parlando, Troy è
una cittadina molto vecchia per gli standard statunitensi. Fondata
nel 1791, attraversa un periodo di forte sviluppo economico che la
rende la più ricca città dello stato di New York a
cavallo fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Tutto grazie
all'industria dell'acciaio e alla fiorente filiera dei colletti
rimovibili. Proprio così: colletti rimovibili per camicie.
Perchè mai comprare una camicia intera solo perchè il
colletto è rovinato? Idea geniale cent'anni fa, un po' meno
ora.
Mentre i cartelli stradali si ostinano
a mantenere la dizione “collar city” le acciaierie si
volatilizzano per riapparire in paesi meno disposti a ferire i
fragili sentimenti dei capitalisti. Le case di Troy si adornano di
cartelli “for sale”, cadono a pezzi oppure vengono rase al suolo
dai famigerati piani di rinnovamento urbano che negli anni '70
decimano il patrimonio architettonico degli Stati Uniti.

Tutto nella Troy dei giorni nostri
appare vecchio e polveroso, gli edifici riecheggiano un'America
pre-suburbana difficile da immaginare. Nessun fast-food contamina il
centro della città, i bar esibiscono fieri le insegne
scrostate e gli interni vintage. Nei dintorni ci sono ben quattro
drive-in, ormai rarissimi negli States, che mandano cartoni animati
anteguerra fra una proiezione e l'altra. I negozi di antiquari ad
ogni angolo fan sospettare che lo stile retrò sia tanto una
necessità contingente quanto un vezzo o semplice nostalgia per
i bei tempi andati.
Apprendo che nell'ultimo quinquiennio
le cose sono migliorate, i negozi riaccendono i neon colorati e le
case tornano ad essere abitate. Il motto della città “Ilium
fuit, Troja est” si presta a svariate letture ironiche e
postmoderne.

 

Un radicale dualismo sembra permeare
ogni aspetto di Troy: luce ed ombra, bianco e nero. E' possibile
tracciare sulla mappa una linea netta che separa i sonnolenti
quartieri residenziali della piccola borghesia bianca dai cadenti
block degli afroamericani. E' la stessa linea, che proiettata su un
altro piano distingue la gente che può permettersi
l'istruzione superiore e la sanità e chi no. Niente di nuovo,
sono gli Stati Uniti come li conosciamo ma vedere la demarcazione
così profondamente iscritta nel tessuto urbano, così
inequivocabilmente collegata al colore della pelle fa una certa
impressione.


I due volti di Troy si manifestano
anche nella dimensione temporale. Di giorno la città è
popolata da pallidi vecchietti in deambulatore, sciure che si recano
dal ferramenta, elettrauto che si sbafano panini al tacchino e
bicchieroni di caffè.
Col calare delle tenebre tutto cambia.
La working class nera torna in città. Le strade vengono
conquistate da macchine dalle portentose autoradio che
audiodiffondono il peggior gangsta-rap sul mercato. Ad un primo
ascolto si direbbe che gli autisti accellerino al tempo dei boom cha
ma dopo una serie di interviste ho scoperto che gli impianti stereo
hanno dei speciali sobwoofer montati sulla marmitta che amplificano
per risonanza le basse frequenze.
Le gangsta-macchine agli incroci danno
sempre la precedenza ai pedoni, anche quando hanno il verde. Non
hanno fretta perchè errano senza meta attorno agli isolati
. Il mezzo è il messaggio, diceva un saggio canadese.

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Compound

L'approdo non è affatto lieve.
Mattina a Dublino, pomeriggio all'aeroporto JFK: 5 ore in meno e 20
gradi centigradi in più. Attraverso il sottosuolo di New York.
Afroamericani con scarpe da ginnastica bianchissime salgono e
scendono dalle infinite fermate di Brooklyn. La metropolitana si
avvicina a Manhattan e i latinos si fanno più numerosi. A
Madison Square Garden la maggioranza dei passeggeri è
decisamente bianca e turista. Senza nemmeno vedere il cielo monto sul
treno alla volta di Albany, capitale di dell'Empire State*.
Dalla metropoli al nulla in pochi
minuti, per due ore e mezza il treno risale l'ampio fiume Hudson.
Sulle rive solo foreste e fabbriche abbandonate.
Il mio primo contatto col popolo
americano è una simpatica signora di mezza età che
lavora per il governo. Mi racconta di cervi che scendono in paese a
dozzine per mangiarle i fiori. Si stupisce, ma con garbo, di un
italiano che trasloca in una sperduta provincia americana per
studiare arte e mi raccomanda di imparare a sciare.
Ecco – dice indicando un enorme palazzo
sorprendentemente fascista – io lavoro lì – Siamo arrivati.

In stazione mi aspetta Rich, filmmaker,
hacktivista, produttore musicale e chissà cos'altro. Anni fa,
il suo Little Brother,
un piccolo robot per distribuire volantini, fece breccia nel mio
cuore. Scoprirò che quel gioiello di robotica sovversiva giace
proprio nella cantina sotto il mio appartamento.

Casa mia

Arriviamo a Troy Downtown nel
leggendario “compound” una coppia di scalcinati edifici dove
vivono e lavorano una mezza dozzina di artisti e musicisti. Rich mi
conduce in un rapido tour: qui c'è il laboratorio autogestito
di biotecnologia dove i ragazzi del quartiere dissezionano gli
animali, qui c'è il barbecue, queste sono le quaranta
bottiglie di Gatorade che l'FBI abbandonò nella casa di Steve
Kurtz dopo l'arresto, qui c'è
la falegnameria, qui c'è un tale Josh produce serigrafie in
stile vagamente sovietico, questo è l'ufficio del Center for
Land Use Interpretation
, gente che gira gli
Stati Uniti per documentare basi segrete, bunker abbandonati e
parcheggi multipiano, questa è la cantina, questo è il
tuo futuro appartamento attualmente occupato da una coppia di
bulgari, questa è la sala prove usata da vari gruppi locali.
Mi ritrovo nel giro di pochi minuti a lottare con una chiesa alta una
decina di metri fatta di scotch e teli plastica. Olivia,
mediattivista col pallino per le sculture gonfiabili, sta provando in
cortile l'ultima versione della sua creatura. Una decina di persone
cerca di dominare con corde e nastro adesivo la chiesa che si
affloscia e si inalbera col vento come un blob impazzito.
Finalmente acquista forma e stabilità,
la compagnia può insidiarsi nell'edificio e improvvisare una
proiezione del Dottor Stranamore.
Decisamente confuso e stordito dal
jet-lag decido di ritirarmi prima della fine del mondo.

 

*Ognuno dei cinquantaerotti stati è
dotato di motti e slogan, “Empire State” o “Excelsior” sono
quelli di New York. Decisamente sciatti se comparati con il cazzuto
“Live Free or Die” del New Hampshire o con il rude proverbio in
pseudoitaliano “Fatti maschii, parole femine” del Maryland.

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