La settimana scorsa la repubblica
online strilla: “La pila del futuro è di carta, ultrasottile, ricaricabile ed
ecologica”. E' la seconda notizia in homepage, surclassa per
importanza tutti gli altri pezzi forti: le vicende del parlamentare
puttaniere, la notizia su Second Life copiaincollata da Wired e
persino la parata delle pornodive.
La pila del futuro è stata
creata a due passi da casa mia, proprio nella scuola che sto
frequentando. Il Rensselaer Politechnic Institute (d'ora in poi RPI)
è la più antica scuola di ingegneria degli Stati Uniti.
Nel 1825, anno della fondazione, era frequentata da appena dieci
studenti che vestivano a metà fra il cowboy e il dandy
parigino, oggi accoglie oltre seimila studenti da tutto il mondo che
si accingono ad diventare la prossima èlite tecnocratica. I
settori d'eccellenza del politecnico sono tra i più strategici
che si possano immaginare: in primis ingegneria genetica e
nanotecnologie.
L'ingegneria genetica ha probabilmente
già compromesso il futuro della razza umana. Ma lo sapremo
solo fra qualche decennio. Le nanotecnologie invece promettono
catastrofi immediate e spettacolari.
La nanotecnologia è quella
scienza che si occupa di tutto quanto rientra nell'ordine dei
nanometri. Piero Angela direbbe qualcosa tipo: prendete un capello,
dividetelo per millemila parti e poi ancora e poi ancora… con
quello che rimane iniziate a costruirci materiali e macchine e robot.
I nanomateriali sono quelli che
permettono di fare le pile di cui la Repubblica è tanto
entusiasta. Eppure molti scienziati sono alquanto preoccupati perchè
nessuno ha la più pallida idea di come valutare l'impatto e i
rischi di simili tecnologie. Questi cosi si comportano in maniera
alquanto bizzarra rispetto ai materiali conosciuti e possono entrare
con estrema facilità nell'organismo, nel sangue e nel cervello
perchè si fanno beffe dei filtri biologici.
C'è poi tutta una nascente
ingegneria delle nanoteconologie. Con le nanotecnologie si possono
costruire armi terrificanti a basso costo. Si ipotizza seriamente che
orde di nanoscopici robot autoreplicanti possano sfuggire al
controllo umano, consumare tutte le forme di energia o papparsi
qualsiasi altra creatura del pianeta. Sottolineo: seriamente.
Insomma è molto probabile che
qualcuno dei secchioni con cui prendo il caffè ogni mattina
prima o poi combini qualche grosso guaio.
All'ombra degli imponenti edifici di
ingegneria sorgono altri piccoli dipartimenti umanistici che, avendo
la distopia come vicina di casa, prendono bizzarre pieghe
radical-progressiste. Il corso di Science and Technology Studies ad
esempio si propone di investigare in maniera interdisciplinare
l'impatto delle tecnologie sulla società. Negli anni 80
all'RPI arriva un tale Neil Rolnick, pioniere della musica
elettronica (quella colta, quella difficile, quella noiosa, mica i
Kraftwerk) smanioso di lavorare con sofisticati computer
dell'università. Neil apre un dipartimento di musica
all'interno del politecnico che si espande fino a diventare l'attuale
programma di arti elettroniche che include corsi di media-attivismo,
gender studies, bioarte ed ogni tipo di bizzarria radical-chic.
Ecco, giusto per spiegare come mai sono
finito qui