Troy

La gente diplomatica la descrive come
una cittadina tranquilla, persino vitale oltre l'apparente coltre di
noia. Quella più spietata parla dei gelidi inverni, inverni
che costringono le persone a rintanarsi per settimane a lavorare su
progetti creativi che hanno inevitabilmente a che fare con dei
computer.

Enciclopedicamente parlando, Troy è
una cittadina molto vecchia per gli standard statunitensi. Fondata
nel 1791, attraversa un periodo di forte sviluppo economico che la
rende la più ricca città dello stato di New York a
cavallo fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Tutto grazie
all'industria dell'acciaio e alla fiorente filiera dei colletti
rimovibili. Proprio così: colletti rimovibili per camicie.
Perchè mai comprare una camicia intera solo perchè il
colletto è rovinato? Idea geniale cent'anni fa, un po' meno
ora.
Mentre i cartelli stradali si ostinano
a mantenere la dizione “collar city” le acciaierie si
volatilizzano per riapparire in paesi meno disposti a ferire i
fragili sentimenti dei capitalisti. Le case di Troy si adornano di
cartelli “for sale”, cadono a pezzi oppure vengono rase al suolo
dai famigerati piani di rinnovamento urbano che negli anni '70
decimano il patrimonio architettonico degli Stati Uniti.

Tutto nella Troy dei giorni nostri
appare vecchio e polveroso, gli edifici riecheggiano un'America
pre-suburbana difficile da immaginare. Nessun fast-food contamina il
centro della città, i bar esibiscono fieri le insegne
scrostate e gli interni vintage. Nei dintorni ci sono ben quattro
drive-in, ormai rarissimi negli States, che mandano cartoni animati
anteguerra fra una proiezione e l'altra. I negozi di antiquari ad
ogni angolo fan sospettare che lo stile retrò sia tanto una
necessità contingente quanto un vezzo o semplice nostalgia per
i bei tempi andati.
Apprendo che nell'ultimo quinquiennio
le cose sono migliorate, i negozi riaccendono i neon colorati e le
case tornano ad essere abitate. Il motto della città “Ilium
fuit, Troja est” si presta a svariate letture ironiche e
postmoderne.

 

Un radicale dualismo sembra permeare
ogni aspetto di Troy: luce ed ombra, bianco e nero. E' possibile
tracciare sulla mappa una linea netta che separa i sonnolenti
quartieri residenziali della piccola borghesia bianca dai cadenti
block degli afroamericani. E' la stessa linea, che proiettata su un
altro piano distingue la gente che può permettersi
l'istruzione superiore e la sanità e chi no. Niente di nuovo,
sono gli Stati Uniti come li conosciamo ma vedere la demarcazione
così profondamente iscritta nel tessuto urbano, così
inequivocabilmente collegata al colore della pelle fa una certa
impressione.


I due volti di Troy si manifestano
anche nella dimensione temporale. Di giorno la città è
popolata da pallidi vecchietti in deambulatore, sciure che si recano
dal ferramenta, elettrauto che si sbafano panini al tacchino e
bicchieroni di caffè.
Col calare delle tenebre tutto cambia.
La working class nera torna in città. Le strade vengono
conquistate da macchine dalle portentose autoradio che
audiodiffondono il peggior gangsta-rap sul mercato. Ad un primo
ascolto si direbbe che gli autisti accellerino al tempo dei boom cha
ma dopo una serie di interviste ho scoperto che gli impianti stereo
hanno dei speciali sobwoofer montati sulla marmitta che amplificano
per risonanza le basse frequenze.
Le gangsta-macchine agli incroci danno
sempre la precedenza ai pedoni, anche quando hanno il verde. Non
hanno fretta perchè errano senza meta attorno agli isolati
. Il mezzo è il messaggio, diceva un saggio canadese.

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