Martedì, Agosto 14, 2007
Compound
L'approdo non è affatto lieve.
Mattina a Dublino, pomeriggio all'aeroporto JFK: 5 ore in meno e 20
gradi centigradi in più. Attraverso il sottosuolo di New York.
Afroamericani con scarpe da ginnastica bianchissime salgono e
scendono dalle infinite fermate di Brooklyn. La metropolitana si
avvicina a Manhattan e i latinos si fanno più numerosi. A
Madison Square Garden la maggioranza dei passeggeri è
decisamente bianca e turista. Senza nemmeno vedere il cielo monto sul
treno alla volta di Albany, capitale di dell'Empire State*.
Dalla metropoli al nulla in pochi
minuti, per due ore e mezza il treno risale l'ampio fiume Hudson.
Sulle rive solo foreste e fabbriche abbandonate.
Il mio primo contatto col popolo
americano è una simpatica signora di mezza età che
lavora per il governo. Mi racconta di cervi che scendono in paese a
dozzine per mangiarle i fiori. Si stupisce, ma con garbo, di un
italiano che trasloca in una sperduta provincia americana per
studiare arte e mi raccomanda di imparare a sciare.
Ecco - dice indicando un enorme palazzo
sorprendentemente fascista - io lavoro lì - Siamo arrivati.
In stazione mi aspetta Rich, filmmaker,
hacktivista, produttore musicale e chissà cos'altro. Anni fa,
il suo Little Brother,
un piccolo robot per distribuire volantini, fece breccia nel mio
cuore. Scoprirò che quel gioiello di robotica sovversiva giace
proprio nella cantina sotto il mio appartamento.
Arriviamo a Troy Downtown nel
leggendario “compound” una coppia di scalcinati edifici dove
vivono e lavorano una mezza dozzina di artisti e musicisti. Rich mi
conduce in un rapido tour: qui c'è il laboratorio autogestito
di biotecnologia dove i ragazzi del quartiere dissezionano gli
animali, qui c'è il barbecue, queste sono le quaranta
bottiglie di Gatorade che l'FBI abbandonò nella casa di Steve
Kurtz dopo l'arresto, qui c'è
la falegnameria, qui c'è un tale Josh produce serigrafie in
stile vagamente sovietico, questo è l'ufficio del Center for
Land Use Interpretation, gente che gira gli
Stati Uniti per documentare basi segrete, bunker abbandonati e
parcheggi multipiano, questa è la cantina, questo è il
tuo futuro appartamento attualmente occupato da una coppia di
bulgari, questa è la sala prove usata da vari gruppi locali.
Mi ritrovo nel giro di pochi minuti a lottare con una chiesa alta una
decina di metri fatta di scotch e teli plastica. Olivia,
mediattivista col pallino per le sculture gonfiabili, sta provando in
cortile l'ultima versione della sua creatura. Una decina di persone
cerca di dominare con corde e nastro adesivo la chiesa che si
affloscia e si inalbera col vento come un blob impazzito.
Finalmente acquista forma e stabilità,
la compagnia può insidiarsi nell'edificio e improvvisare una
proiezione del Dottor Stranamore.
Decisamente confuso e stordito dal
jet-lag decido di ritirarmi prima della fine del mondo.
*Ognuno dei cinquantaerotti stati è dotato di motti e slogan, “Empire State” o “Excelsior” sono quelli di New York. Decisamente sciatti se comparati con il cazzuto “Live Free or Die” del New Hampshire o con il rude proverbio in pseudoitaliano “Fatti maschii, parole femine” del Maryland.